20.9.10

Dice che Sergio Di Stefano è morto.




Dice che Sergio Di Stefano è morto. Dice che è stata una delle voci più belle del cinema, della televisione e della pubblicità. Dice che sarà impossibile seguire il personaggio di Dr. House con un’alta voce. Come pure tanti altri attori famosissimi che, nella lunghissima carriera, ha doppiato: il Jeff Bridges di “Drugo” Lebowski, John Malkovich, Christopher Lambert, Klaus Maria Brandauer, William Hurt, Kevin Costner e tanti altri. Dice che pronunciate da lui, dopo poco meno di dieci anni di doppiaggi insieme, anche il TAN e il TAEG della pubblicità, le rate, i finanziamenti speciali sembravano cose bellissime.
Dice che più volte, appena uscito dalla sala di doppiaggio, io gli dicevo “Sergio, hai una voce stupenda”, e che lui prendeva in giro me e se stesso. Dice che era sempre sorridente. Dice che è morto, a 71 anni, stroncato da un infarto. Ciao Sergio.

5.8.10

Dice che Martina Topley Bird...





Dice che Martina Topley Bird è la regina mutaforme del pop elettronico. Dice che è impossibile da incasellare in una sola categoria, e che la sua musica cambia pelle in continuazione, come i suoi capelli: ora afro, ora punk, ora gospel, ora rasta.
Dice che la cantante, ex compagna di Tricky, ha appena dato alle stampe il disco dell’estate, “Some place simple” (Honest Jon’s Records), sicuramente uno dei più belli di tutto il 2010.
Dice che, a distanza di due anni dal precedente straordinario “The Blue God” la giovane cantante di Bristol è stata invitata dal “prezzemolino” Damon Albarn nei suoi studi per reincidere alcuni vecchi brani, e qualcosa di nuovo, in una nuova veste, più leggera, più essenziale, più viva. La produzione c’è, ma non si sente, come in tutti i grandi dischi, e gli strumenti sono ridotti all’osso: tastiere giocattolo, wurlitzer ukulele, samples, MBox, loopstation, e, su tutto, la magica unica e irraggiungibile voce di Martina.
Dice che sentirla cantare “Phoenix”, per esempio, sembra che Billie Holiday non sia mai morta, ma solo ringiovanita.
Dice che di recente Martina sia stata invitata dal vivo dai Massive Attack, e che la sua reinterpretazione di “Teardrop” abbiano creato una sorta di choc negli ascoltatori, abituati alla voce da usignolo ma glaciale di Liz Fraser.
Dice che il sottoscritto ha usato un brano dal primo disco solista di Martina “Quixotic”, passato inosservato, per uno spot pubblicitario.




PHOENIX
I will stay for this last transformation,
From where we start it soon gets precarious,
I will stay for this last transformation,
Beauty and tragedy released in the end.

http://www.martinatopleybird.com/

http://www.youtube.com/watch?v=mNd0dUn2MQw

http://www.youtube.com/watch?v=5ErBSnTSGTc

http://www.youtube.com/watch?v=ZzWjwjXdHZY

3.5.10

Dice che i Black Keys...








Dice che i Black Keys sono tornati, con un nuovo potentissimo album, che parte lento, e ha bisogno di carburare un po’, ma poi è una bomba.
Dice che il titolo, e la copertina, sono ironici, e su fondo nero una semplice scritta bianca e rossa recita: “This i an album by The Black Keys. The name of this album is Brothers.”
Dice che il chitarrista e cantante Dan Auerbach ha ritrovato il suo amico batterista e metà anima del gruppo Patrick Carney dopo un paio di anni di abbandono: in questo periodo Carney ha inciso un disco con la sua band Drummer, e il barbuto Auerbach ha pubblicato lo splendido esordio solista “Keep It Hid”.
Dice che “Brothers” è stato suonato e prodotto dai due, con l’aiuto dell’onnipresente Danger Mouse (che nel 2008 aveva sapientemente prodotto lo straordinario “Attack & Release” ), che ha messo le mani solo sulla ipnotica “Tighten Up”).
Dice che nel 2009 i due hanno stupito tutti entrando in studio a New York e improvvisando 11 tracce usate come base dal meglio-del-meglio dell’hip hop: il progetto Blakroc, sponsorizzato dal produttore Damon Dash, ha visto la partecipazione, tra gli altri, di gente del calibro di Mos Def, RZA, Nicole Wray, e Ol' Dirty Bastard. E dice che, a proposito del folle progetto di mescolare hip hop e rock-blues, Auerbach ha detto che lui e Carney erano pronti per questo disco da quando avevano 16 anni.
Dice che il termine “Black Keys” è usato ad Akron per i tipi “fuori di testa”, ma che nel pianoforte i tasti neri rappresentano la scala pentatonica minore.
Dice che nei due video “Tighten Up” e “Next girl” i Black Keys si prendono in giro da soli usando un “ridiculous dinosaur” che canta le loro canzoni e da cui loro si dissociano simpaticamente.
Dice che Dan Auerbach ha un sosia, l’esatto clone, commesso del negozio di dischi HMV di Oxford street, Londra.


http://www.theblackkeys.com

http://www.myspace.com/theblackkeys

18.4.10

Dice che “Dark Night of the Soul”...























Dice che “Dark Night of the Soul” è il progetto multimediale nato dalla bellissima collaborazione tra Danger Mouse, Sparklehorse e David Lynch, di cui la EMI, che avrebbe dovuto dare alle stampe il cd, ha bloccato l’uscita per una vecchia controversia legale con Danger Mouse.
Dice che Brian Burtun, meglio conosciuto come Danger Mouse, nel 2004 aveva realizzato il curioso “Grey Album”, un disco di mash-up utilizzando il “White Album” dei Beatles e il “Black Album” di Jay-Z, e che a niente era valso il divieto della casa discografica di commercializzarlo: lo stesso artista aveva invitato i suoi fan a scaricarlo dalla rete, copertina e booklet incluso.
Dice che per aggirare il divieto della EMI i tre artisti hanno realizzato un lussuoso libro con le cupissime foto di Lynch, con, allegato, un cd-r su cui masterizzare il disco da scaricare da internet.
E dice che all’album, suonato dal compianto Mark Linkous, alias Sparklehorse, e prodotto da Danger Mouse, ha partecipato una lunga lista di guest stars, ospiti come cantanti, tra cui Iggy Pop, Julian Casablancas, Black Francis, Wayne Coyne, Susanne Vega e l’immenso Vic Chesnutt.
Dice che il libro, pensato da Lynch come visual narrativo che accompagni la musica, tirato in 5000 copie, è andato immediatamente esaurito, e che le foto sono state esposte in alcune importanti gallerie americane ed europee.
Dice che, sfortunatamente, sia Mark Linkous che Vic Chesnutt, si sono suicidati.

http://dnots.com/

10.3.10

Dice che Mark Linkous...








Dice che Mark Linkous si è tolto la vita. Dice che il cantante e chitarrista americano, nato il 9 settembre 1962, si è sparato un colpo di pistola al cuore il 7 marzo, davanti alla casa di un amico a Knoxville, nel Tennessee.
Dice che per anni l’artista, straordinario cantore del più ammaliante e languido rock narcolettico, ha lottato per anni contro la depressione, e che ci aveva provato già un’altra volta, in tour con i Radiohead, nel 1996 a Londra: un mix di antidepressivi e Valium l’aveva mandato in coma, clinicamente morto per due minuti. Dice che dopo lunghe cure mediche era stato salvato, ma che aveva riportato gravi lesioni alle gambe, paralizzate per sei mesi.
Dice che nel 1995 aveva fatto nascere quella stupenda creatura metà equina metà di polvere di stelle, gli Sparklehorse, di cui è sempre stato l’unico membro permanente: i dischi, bellissimi, sono stati “Vivadixiesubmarinetransmissionplot”, “Good Morning Spider”, “It's a Wonderful Life” e “Dreamt for Light Years in the Belly of a Mountain”.
Dice che tante e di prestigio sono state le sue collaborazioni, da PJ Harvey e Sua Maestà Tom Waits per l’album “It’s a Wonderful Life” (il suo più bello), Daniel Johnston (l’altra “testa matta” a cui ha prodotto il disco “Fear yourself”), Nina Persson e Fennesz.
Dice che di recente, insieme a Danger Mouse (il genialoide produttore “prezzemolino” nato Brian Burton) e David Lynch, aveva dato vita al progetto “Dark Night of the Soul”, ma che per problemi di Danger Mouse con la EMI il disco è stato bloccato (i tre hanno fatto comunque uscire un libro fotografico contenente un CD-r vergine e un link dove scaricare il disco da internet!).
Dice che negli ultimi anni viveva a Hayesville, North Carolina, dove aveva impiantato i suoi “Static King Studio”.
Il tristissimo comunicato della famiglia recita: “It is with great sadness that we share the news that our dear friend and family member, Mark Linkous, took his own life today. We are thankful for his time with us and will hold him forever in our hearts. May his journey be peaceful, happy and free. There's a heaven and there's a star for you.”


It's a Wonderful Life VIDEO
http://www.youtube.com/watch?v=AGZsQf6WjHI

7.3.10

Dice che BORIS...






Dice che BORIS è una serie tv, trasmessa da FOX, che racconta le vicende di una troupe alle prese con le riprese della fiction “Gli Occhi del Cuore”. Dice che la terza serie è ricominciata alla grande, ed è l’unico prodotto italiano (insieme a “Coliandro” e “Romanzo Criminale”) che si può guardare senza provare un impellente sensazione di vomito.
Dice che nelle prime due puntate intitolate “Un'altra televisione è possibile” il regista René Ferretti, il grandissimo attore e doppiatore Francesco Pannofino, è in trasferta a Milano per “fare soldi”, per girare cioè la fìscion “Troppo Frizzante”, ed è accolto negli studi megagalattici da hostess in divisa, massaggiatrici disponibili, assistenti di produzione che offrono cocaina (all’immenso direttore della fotografia cocainomane depresso Duccio Patanè alias Ninni Bruschetta) e puttane in camera di hotel. E dice che le battute con i “migliori comici del paese” e con lo sceneggiatore della fiction sono esilaranti (una su tutte lo “sternuto” omaggio a Bertolucci).
Dice che, sebbene sia un prodotto di “nicchia”, e che gli italiani che vanno a votare probabilmente non lo conoscono nemmeno, BORIS è ormai riuscito nell’ardua impresa di creare dei veri e propri tormentoni, come i “dai dai dai” e gli “a cazzo di cane” di René Ferretti, gli “apri tutto” di Duccio Patanè, i “bucio de culo” di Nando Martellone (lo straordinario Massimiliano Bruno).
Presa per il culo del mondo della televisione italiana, ora satirica, ora grottesca, sempre intelligente, è scritta e diretta dai tre amici Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, che nella serie 3 hanno lasciato la regia a Davide Marengo. I tre autori sono riusciti anche a prendersi per il culo da soli mettendo in scena la gag dei tre sceneggiatori de “Gli Occhi del Cuore” che, non sapendo che scene scrivere ricorrono in continuazione ad azioni precostruite: la geniale “F4: BASITO”. E dice che uno dei tre attori è proprio il bravissimo Andrea Sartoretti, che in “Romanzo Criminale” interpreta paurosamente bene “Bufalo”.
Dice che la sigla di testa è di Elio e Le Storie Tese, e quella finale della prima serie è suonata e cantata dallo stesso Pannofino, che dopo tutta la fiction di merda che ha fatto è riuscito anche a girare un piccolo delizioso video. Dice che anche il celebre Gorilla di “Crodino” cita BORIS prima della messa in onda in spot pubblicitari dedicati.
Dice che BORIS (insieme a “Coliandro” e “Romanzo Criminale”) dovrebbe ricostruire da zero l’immaginario collettivo degli italiani: ce la faranno i nostri eroici sceneggiatori?

4.2.10

Dice che LOST...








Dice che LOST è tornata, e in America l’hanno vista più di 12 milioni di persone. Ed è tornata alla grande, con un doppio puntatone di un’ora e venti minuti di finissima scrittura, regia spettacolare, recitazione sublime. Dice che è ricominciata, ma che i fan sono già in crisi: come faremo senza LOST?
Dice che nel doppio episodio “LA X” i momenti emozionanti sono stati tanti, i misteri nuovi si sono sommati a quelli vecchi, irrisolti, e la confusione tra passato, presente e mondi paralleli è cresciuta. Ma, come diceva il poeta, è dolcissimo naufragare in questo mare che si schianta tra gli scogli di un’isola davvero speciale.
Dice che le teorie dei fan si cominciano a sommare, e che ogni tanto anche gli autori di LOST ci danno un’occhiata per prendere magari qualche spunto (o farsi quattro risate).
Dice che comunque nessuno ha le idee chiare: alla fine della quinta serie Juliet fa scoppiare la bomba che dovrebbe “azzerare” tutto, e far atterrare dunque il volo Ocean 815 all’aeroporto LAX di Los Angeles. E così, all’inizio della nuova serie, sembra sia andata.
Se non fosse che il mondo si “sdoppia” in due: in uno la bomba è esplosa, la teoria di Faraday ha funzionato, e l’aereo è atterrato senza schiantarsi sull’isola misteriosa, e tutti i protagonisti sono tornati alle loro vite “normali”. Nel mondo due, tuttavia, i nostri eroi sono ancora sull’isola, sopravvissuti all’esplosione, avvenuta nel 1977, che li ha catapultati però oggi.
Dice che a complicare le cose, tra le altre, c’è che nel mondo in cui la bomba è esplosa, l’isola si è inabissata sott’acqua (Atlantide?). E poi comunque il Jack che atterra vivo a Los Angeles, non solo sembra avere qualche “ricordo” e/o “post/presentimento” (come se tutto quello successo nelle stagioni precedenti è sempre successo nel suo passato e lui non sa di saperlo), ma quando va a ritirare la bara del padre caricata a Sidney, non la trova: il corpo, gli dice un imbarazzato impiegato della Ocean 815, sembra scomparso. Dunque Jack, il Jack del mondo salvato dalla bomba, dovrà tornare in Australia, e ripassare sull’isola maledetta?
Dice che, detta così, sembra facile. Se non fosse che Jacob è stato ucciso, bruciato vivo e poi dissolto, ma riappare poco dopo, e visto solo da Hurley. Se non fosse che quando il Jack-post-bomba chiede un altro “cordialino” in aereo, come nella prima puntata della prima serie, esattamente come nella prima puntata della prima serie la stessa identica hostess gliene dà un’altra bottiglina: ma nella prima puntata della prima serie erano DUE le bottigline (dunque quello che ci hanno appena fatto vedere NON è il viaggio iniziale!). Se non fosse che spunta il “nemico” di Jacob, che al momento dovrebbe essere un “cattivo”, e che si presenta “usando” il corpo del povero John Locke (e che i fan hanno ribattezzato, con un colpo di genio, “Flocke”), che è incazzato come una bestia, e vuole tornare a casa. E dice che questa casa potrebbe essere un tempio misterioso dietro un muro visto altre volte, ma invalicabile fin’ora, e vissuto da strani individui comandati da un odiosissimo giapponese che non parla inglese solo perché la lingua gli sbatte male in bocca e ha il potere di far rivivere i morti. E dice che Juliet era ancora viva, dopo lo scoppio della bomba (o la bomba non è esplosa?!?), e Sawyer l’amava ancora, ed è incazzato con Jack, e Jack è sempre più confuso, e Charlie è ancora vivo (ma ha provato a morire ingerendo della droga), e Richard Alpert, l’uomo che non invecchia mai, sembra davvero molto ma molto impaurito.
Insomma, dice che LOST è tornato, e che internet è in fibrillazione. Dice che il potentissimo network televisivo ABC ha stretto un accordo con Telecom per mandare in onda gli episodi in Italia 48 ore dopo la messa in onda in Usa per combattere i pirati che si “passano” gli episodi che, fino all’anno scorso, venivano trasmessi dopo mesi e mesi. Ma dice che questo tentativo è piuttosto vano, perché il motto dei pirati (che pirati NON sono, ma sono semplici fan) è “PERCHÉ PAGARE QUANDO PUOI AVERLO GRATIS!”, e i siti che si “scambiano” le puntate e i sottotitoli si moltiplicano come i misteri dell’isola.
L’isola è morta, viva l’isola.

2.2.10

Dice che Joe R Lansdale...










Dice che Joe R Lansdale ha trascorso gran parte della sua adolescenza al drive-in, e che nei drive-in ha ambientato molte sue storie: uno dei racconti del nuovissimo “Altamente esplosivo” (Fanucci), e il suo capolavoro “La notte del drive-in” (Einaudi).
Dice lo scrittore texano, appassionato di arti marziali, passa con grande disinvoltura dal pulp all’horror, dalla fantascienza al western, e che ha recentemente dichiarato che “la letteratura non è un modo di scrivere, è scrivere bene, e costruire una storia che lasci qualcosa a chi legge”. E, ancora, “c’è differenza tra uno scrittore abile nel costruire trame e uno story teller. Uno story teller ha una voce che più convincerti delle cose più estreme, e il suo plot può non avere alcuna importanza. Gli story teller hanno creato grande letteratura: parlo di Omero, Shakespeare, Twain, London. La trama può anche esserci nelle loro storie, ma ciò che conta è la loro voce e la loro abilità a trasportarti nel loro mondo”.
Dice che Joe R Lansdale, nella foto, è quello a sinistra.

"Il Texas è uno stato mentale"

Joe R Lansdale

29.1.10

Dice che Jerome David Salinger























Dice che Jerome David Salinger è morto, all’età di 91 anni, il 27 gennaio 2010 a Cornish, New Hampshire. Dice che lo scrittore, nato a New York il 1° gennaio 1919, si è spento per cause naturali e che, come ha dichiarato il suo agente letterario Phyllis Westberg, la sua salute è stata eccellente fino a un repentino peggioramento dopo capodanno.
Autore di una manciata di libri e di una trentina di short stories, ha dato vita, tra gli altri, al mitico “Holden Caulfield”, il ragazzino di buona famiglia ribelle e un po’ sballato che scappa dal collegio e passa una notte a NY, e che poi si intrufola a casa dei genitori senza farsi scoprire, solo per salutare la “vecchia Phoebe”, l’amata saggia sorellina.
Dice che sono circolate da sempre pochissime informazioni sulla sua vita privata e letteraria. Dice che, partecipando allo sbarco in Normandia, conobbe Hemingway, allora corrispondente da Parigi, che dopo aver letto i suoi racconti disse “Gesù! Ha un talento straordinario!”. Dice che la guerra gli aveva procurato un esaurimento nervoso, e che si era fatto ricoverare in un ospedale militare in Germania.
Dice che qualche anno dopo, nel 1948, è uscita una delle sue più belle short stories, “A Perfect Day for Bananafish”, dove comprare per la prima volta il giovane Saymour Glass, militare in congedo con qualche rotella fuori posto, per cui il New Yorker, entusiasta, ha chiesto il diritto di prelazione su tutti i lavori futuri.
Dice che dopo il successo del suo primo romanzo, “The Catcher in the Rye”, uscito nel 1951, Salinger si è rifugiato nel New Hampshire, in una reclusione volontaria che si è conclusa con la sua morte.
Dice che nel 1955 ha sposato una studentessa, Claire Douglas, da cui ha avuto due figli Margaret e Matt, e dalla quale si è separato nel 1966.
Dice che l’ultimo racconto, “Hapworth 16, 1924”, è uscito nel 1965 sul New Yorker, (in Italia in una edizione “pirata” edita da Eldonejo), e da allora più nulla: né interviste, né pubblicazioni, né apparizioni pubbliche. Solo il silenzio.
Persone vicine al suo agente avrebbero parlato dell’esistenza di una cassaforte piena di manoscritti inediti da pubblicare solo dopo la morte.
Dice che nel 1987 Salinger è riuscito a bloccare, ma solo temporaneamente, l’uscita della biografia non autorizzata “In Search of J.D. Salinger”, di Ian Hamilton, e nel 2009 il “finto” sequel “60 Years Later: Coming Through the Rye”, scritto da un anonimo JD California.
Dice che in molti hanno provato, senza successo, a portare sullo schermo la stramba notte di Holden Caulfield (Billy Wilder, Harvey Weinstein, Steven Spielberg, Jack Nicholson, Tobey Maguire, Jerry Lewis), ma che solo Sean Connery ha impersonato un scrittore recluso in “Finding Forrester”, ispirato a lui (e a William Burroughs!).
Dice che per molti anni si è pensato che potesse celarsi Salinger dietro la firma dell’altro grande “mistero” della letteratura americana, Thomas Pynchon.
Dice che uno stralunato e sornione Salinger fa la sua apparizione durante una partita di baseball (suo grande amore), ma solo nel romanzo “Shoeless Joe” di William Kinsella, pubblicato in Italia da una nuova piccola casa editrice.
Dice che nel 1990 Francesco De Gregori ha intitolato il suo album live “Catcher in the Sky”, e che Francesco Guccini cita il “Prenditore” nella canzone “La collina” del 1970. E dice che i Green Day hanno scritto la canzone “Who Wrote Holden Caulfield?”, e i Guns n Roses addirittura “The Catcher in the Rye.”.
E che dire di “The Catcher in the Rye”? Un capolavoro di romanzo di formazione, definito dall’autore addirittura come “una sorta di autobiografia”, un inno alla ribellione e all’inquietudine di chi sta per diventare grande.
Uscito in Italia in una prima traduzione nel 1952 con il titolo di “Vita da uomo” (Ed. Casini), e poi presso Einaudi con una discussa traduzione dell’allora ufficio stampa delle Autostrade Adriana Motta, dice che ha fatto scomodare Italo Calvino con una nota in apertura per spiegare i problemi di “intraducibilità del titolo”, che storpia una poesia di Robert Burns, e che l’“acchiappatore” è il “catcher” del baseball (che, con guantone, corazza e maschera afferra le palle che sfuggono al battitore), e il “rye” è il campo di segale che si fa fermentare per ottenere il whisky.
Racconto in presa diretta fatto da un irresistibile antieroe, un disadattato di lusso con cui tanti adolescenti si sono identificati, “Il giovane Holden” è stato immediatamente accolto in tutto il mondo come il grido soffocato contro il conformismo degli adulti e l’ipocrisia delle regole della società. Dice che il libro, tutt’ora malvisto da molti, è stato vietato nelle scuole per il suo linguaggio scurrile (“goddam”, “fuck”) e per alcune situazioni “disdicevoli” (l’incontro di Holden con la prostituta).
E dice che Mark David Chapman, subito dopo aver sparato a John Lennon l’8 dicembre 1980, si è fatto arrestare mentre leggeva una copia del romanzo, dicendo di essere stato “ispirato” dal giovane Holden Caulfield.
Dice che qualche anno fa gli scrittori Sandro Veronesi e Alessandro Baricco (che al ribelle che scappa da scuola ha curiosamente dedicato una scuola) hanno proposto a Einaudi una nuova traduzione “aggiornata”, senza però riuscire nell’intento. E dice che il “problema” della traduzione non sta tanto nello slang, che la traduttrice ha reinventato con risultati a tratti sorprendenti, quando in una traduzione completamente “fuori fuoco” della terza persona inglese “you” (il giovane Holden racconta a qualcuno cosa gli è successo negli ultimi tempi, ma, stando alle dicerie, non starebbe parlando ai lettori generici, quando allo strizzacervelli, perché l’hanno rinchiuso in clinica. La terza persona singolare e plurale, in inglese, fa sempre “you”, ma il significato cambia di molto…)
Ora Salinger è morto, anche se siamo in tanti ad aver pensato che fosse immortale. E io devo probabilmente a lui se sono diventato uno scrittore. Ci lascia un ansioso meraviglioso interrogativo senza risposta: dove vanno a finire le anatre, d’inverno, quando il laghetto di Central Park è ghiacciato? Migrano? C’è qualcuno che le porta via in un posto più caldo? Svaniscono? Muoiono o rinascono?
Bah. Uno dice poi la vita...



“I live in New York, and I was thinking about the lagoon in Central Park, down near Central Park South. I was wondering if it would be frozen over when I got home, and if it was, where did the ducks go? I was wondering where the ducks went when the lagoon got all icy and frozen over. I wondered if some guy came in a truck and took them away to a zoo or something. Or if they just flew away”.

30.11.09

Dice che Corrado Fortuna...

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25.10.09

Dice che Nick Cave...

















Dice che Nick Cave ha letto pagine del suo ultimo romanzo, “The death of Bunny Murno”, suonato brani dal suo vastissimo repertorio, scherzato col pubblico, abbracciato fan, risposto alle loro domande, e firmato centinaia di autografi a Milano giovedì scorso. Dice che al Teatro Dal Verme c’erano migliaia di persone, e il musicista e scrittore australiano ha regalato un’esibizione straordinaria.
Dice che la lettura è stata accompagnata da video minimali, qualche foto, e soprattutto da basi musicali a cura del fido Warren Ellis. E dice che tra una pagina e l’altra accanto a Cave sono saliti sul palco il barbuto violinista e l’impassibile bassista Martin P Casey. Dice che, anche se erano solo in tre, “Red Right Hand”, “Loverman”, “God is in the house”, “Are You The One I’ve Looking For” e “The Ship Song” hanno brillato di una forza inimmaginabile: il Fender Precision di Casey ha affilato note taglienti come rasoi, e l’immenso Warren Ellis, in mocassino e calza bianca corta, si è sbracciato suonando violino, mandolino elettrico, chitarra acustica, loop e batteria, spesso contemporaneamente.
«Tutto a posto? C’è altro ancora? Qualche altro autografo?», ha ripetuto un disponibilissimo Nick Cave alla fine dello show ai fan che non lo volevano abbandonare.
Dice che di recente è uscito un doppio cd, “White lunar”, bellissimo, in coppia con Warren Ellis, che raccoglie le musiche per i film prodotte dai due negli ultimi anni. E dice che, in attesa dell’uscita di “The Road”, tratto dal capolavoro di Cormac McCarthy, Cave ha scritto una nuova sceneggiatura, “The Wettest Country in the World”, tratta da un romanzo di Matt Bondurant, sempre per la regia del “compagno di viaggio” John Hillcoat, già autore dell’abbagliante “The Proposition”.
Dice che alla fine dell’evento milanese ho allungato timidamente a Nicola Caverna una copia del “Bravo figlio”, e che lui l’ha passata a un assistente che reggeva già un mazzo di rose regalato da una fan, e che ho detto all’assistente «…mi raccomando, non lo buttare».

http://www.thedeathofbunnymunro.com/

http://www.youtube.com/watch?v=wUk17xA5xX4

http://www.youtube.com/watch?v=TRtijhYSMpQ&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=ygR59z0_rsw&feature=related

19.10.09

Dice che Edda...









Dice che Edda è uscito dal gruppo, proprio come John Frusciante, e non ci è mai più rientrato. Dice che voleva morire, ma non ci è riuscito. Dice che dopo tredici anni di silenzio è ricomparso, più vecchio, più grasso, senza capelli, e ha fatto un disco solita, “Sempre biot”, che è bellissimo.
Dice che all’apice del successo con i Ritmo Tribale, la rock band italiana più importante degli anni ’90 (quando il rock italiano non si sapeva nemmeno cosa fosse), li ha abbandonati, incapace di sostenere quella vita, e si è dedicato «in maniera professionale all’eroina», come dice lui. Dice che Edda, per scappare dalla droga, era diventato Hare Krishna, era andato a Londra, poi era tornato a Milano, aveva ripreso a cantare con i Ritmo Tribale, ma non ce l’ha fatta. Poi era scomparso.
Dice che in molti, compreso il sottoscritto, pensavano fosse morto. «Credo nella reincarnazione come punizione. Spero di rimanere sulla terra al massimo per un’altra vita», dice lui oggi.
Dice che dopo una vita è ricomparso, nel 2008, su You Tube, con dei video in cui suonava le sue canzoni voce e chitarra, accompagnato da Walter Somà, coautore di alcuni brani, e Andrea Rabuffetti. E dice che quei video avevano incuriosito l’etichetta Niegazowana, che gli ha proposto di fare l’album “Sempre biot”.
Dice che il disco è straziante, una gemma grezza inascoltabile per la sua bellezza e semplicità: voce, chitarra acustica e poco altro (tra gli altri, i “celebri” Alessandro Asso Stefana e Mauro Pagani).
Dice che le ballate, spesso semplici e scarnificate da inutili orpelli, toccano il cuore con la voce di Edda e i testi no-sense metropolitano: una specie di Rino Gaetano punk in overdose.
Dice che dopo il primo mitico introvabile “Bocca chiusa” dei Ritmo Tribale le case discografiche avevano proposto alla band contratti e futuro, ma senza “quel” cantante così “strano”, che cantava con una voce stridula che non si capiva se era maschio o femmina, e non si capiva soprattutto cosa diceva, perché gridava e si mangiava le parole. Ma dice che Edda è stato capace di raccontare come nessun altro il passaggio dai “dorati” anni ’80 ai buissimi anni ’90. E che la band, amatissima, ha continuato senza di lui per uno o due album, per poi scomparire.
Dice che Edda è citato nella canzone degli Afterhours “Come vorrei”, dall’album “Hai paura del buio?” (1997), e che è stato invitato proprio da Manuel Agnelli ad aprire un loro concerto.
Dice che di recente è stato invitato alla trasmissione “L’Era glaciale” di Daria Bignardi, in coppia con Andrea de Carlo, e che si è presentato con la maglietta della ditta di ponteggi per cui ora lavora.
Dice che a me, nell’altra vita, aveva regalato una collanina Hare Krishna che ora non trovo più.

Sapessi com’è strano
essere tossicodipendente di Milano
bucarsi tra la gente
che ti guarda e dice ‘sto deficiente è di Milano
quand’è che vado in Inghilterra
quand’è che me ne vado dalla terra…


http://www.myspace.com/stefanoeddarampoldi

22.9.09

Dice che Ludovico Einaudi...





Dice che Ludovico Einaudi ha definito il suo nuovo bellissimo disco “Nightbook” come “il punto di passaggio tra la luce e il buio, tra il noto e l’ignoto”: ossessivo, introspettivo, notturno, ma anche ricco di sfaccettature, inquieto, impetuoso addirittura. In una parola, struggente.
Dice che al disco, tra gli altri musicisti, ha partecipato anche Robert Lippok, uno dei più apprezzati musicisti della scena elettronica tedesca, che con il fratello Roland ha fondato i To Rococo Rot e i Tarwater, due band fondamentali per capire l’evoluzione della musica del futuro.
Dice che la collaborazione tra i fratelli Lippok e Einaudi ha preso corpo prima dal vivo, e poi in studio. E dice che i tre, con il nome White Tree, hanno anche inciso “Cloudland”, un interessantissimo lavoro che mescola pianoforte e beat elettronici, e che sfugge con maestria alle più banali etichette e categorie musicali.
Dice che Ludovico Einaudi ha descritto “Nightbook” come “uno sguardo possibile sulle esperienze che appartengono al lato più onirico, più interno di noi stessi, la musica apre delle porte su mondi nascosti. Ascoltandola, ognuno può riuscire a entrare in contatto con le proprie emozioni profonde”.
Dice che Einaudi, da sempre appassionato amante del rock, è figlio del grande editore Giulio, e padre della giovanissima musicista Jessica, anima del gruppo La Blanche Alchimie.

http://www.ludovicoeinaudi.com/

http://www.myspace.com/torococorot

http://www.myspace.com/morrtarwater

http://www.myspace.com/blanchealchimie

17.9.09

Dice che Silvio Berlusconi...






Dice che Silvio Berlusconi è morto...

16.9.09

Dice che Beck...











Dice che Beck, il menestrello dell’anti folk-rock-hip hop statunitense, si è imbarcato in una nuova rischiosissima avventura discografica: risuonare per intero alcune delle pietre miliari del rock, registrate in modo grezzo, “buona la prima”, da pubblicare gratuitamente sul suo rinnovato sito web beck.com. All’operazione partecipa un manipolo di fidati amici (il produttore Nigel Godrich, l’attore e cognato Giovanni Ribisi, i musicisti Devendra Banhart, MGMT e Jamie Lidell), e il primo disco, ghiottissimo, è “Andy Warhol” dei Velvet Underground.
Dice che il trattamento riservato al celebre esordio della banda di Lou Reed e soci, meglio noto come “banana sbucciabile”, è spiazzante: Beck canta più “sghembo” del solito, su ritmiche spesso nervose, con chitarre stridenti e un pizzico di elettronica, e tutto sembra ancora più in bilico del capolavoro originale, ma alcune vette spiccano su tutto: l’iniziale “Sunday morning”, la tortuosa “Waiting For My Man”, e il mantra elettronico “All Tomorrow's Parties”.
Dice che l’operazione, per nulla perniciosa, ha del geniale, visti anche i prossimi capitoli in cantiere: “Songs of Leonard Cohen”, “Evol” dei Sonic Youth, e “Oar” di Skip Spence. Sempre nella sezione “Record Club” è disponibile anche la replica acustica di “Modern Guilt”, l’ultimo album pubblicato sfruttando i canali tradizionali, il tutto con cover (ri)disegnate a matita dallo stesso Beck.
Dice che tutto il sito web del giovanotto è in verità uno scrigno di gemme grezze: si va dal semplice ma ricco “Store” alla sezione “Planned Obsolescence", che propone DJ set d’autore, dalle bizzarre interviste di “Irrilevant Topics” (Tom Waits è una chicca!) al folle “Videotheque”, che raccoglie i video delle varie registrazioni, scherzi, cover di se stesso e altro ancora. Che il giovane Beck David Campbell Hansen fosse un piccolo genio lo si sapeva, ma che potesse seppellire l’industria discografica con un gesto così folle è davvero straordinario.
Dice che negli anni novanta Beck ha fatto parte della chiesa di Scientology, ma che di recente sia stato allontanato per motivi ignoti.

28.8.09

Dice che “Broken”...







Dice che “Broken”, il nuovo bellissimo disco dei Soulsavers, è riuscito nello straordinario intento di colmare il vuoto lasciato dai desaparesidos Massive Attack: “I didn't want to be in an electronic band. Or a rock'n'roll band. I wanted the freedom to explore”, dice il leader della band Rich Machin, che insieme al socio Ian Glover ha registrato l’album tra l’Inghilterra e Los Angeles.
Dice che a questo terzo disco, dopo lo splendido “It’s Not How Far You Fall, It’s How You Land” del 2007, hanno partecipato personaggi del calibro di Will Oldham (meglio conosciuto come Bonnie Prince Billy), Mike Patton, Jason Pierce degli Spiritualized, Richard Hawley, e Gibby Haynes dei Butthole Surfers. Ma su tutti svetta la voce oltretombale dell’immenso Mark Lanegan, che presta l’ugola a quasi tutti i brani.
Dice che il disco spalanca le porte del soul, dell’elettronica, del gospel, del rock, ed è stato lanciato dal singolo “Sunrise”, scritto da Lanegan ma cantato da Will Oldham, che però ironicamente non è stato inserito nell’album, che invece contiene la b-side del singolo, la straziante “You Will Miss Me When I Burn”, cantata da Lanegan. Dice che il brano, una tenera ballata per piano e voce, è apparso per la prima volta nel 1994 in “Days in the Wake” dei Palace Brothers, cioè Will, Ned e Paul Oldham.
Dice che già nel precedente “It’s Not How Far You Fall” Machin e Glover avevano recuperato la lancinante “Spiritual” degli Spain, la band di Josh Haden (figlio del celebre contrabbassista jazz Charlie Haden), che è stata pure brillantemente interpretata dal compianto Johnny Cash nel 1998, subito prima di riprendere, in modo altrettanto felice, “I see the darkness” dello stesso Will Oldham.
Dice che i Soulsavers nel tempo si sono trasformati in live band, e che da pochi giorni sono sbarcati nel vecchio continente per iniziare un lungo tour. Dice che alla band si sono aggiunti anche tal Red Ghost, la giovane misconosciuta cantante australiana Rosa Agostino, e, in studio e dal vivo, anche Martyn LeNoble, già al seguito di Porno For Pyros e Jane’s Addiction, raffinato bassista dall’animo nobile.
Dice che, per chiudere il cerchio, brani dei Soulsavers sono stati usati in molti tv dramas americani, uno tra tutti il conturbante “InTreatment”.



http://www.myspace.com/soulsavers

http://www.myspace.com/marklanegan

http://www.myspace.com/martynlenoble

19.8.09

Dice che Fernanda Pivano...














Dice che Fernanda Pivano, il giorno che sono andata a trovarla col mio amico Michele Còncina con la prima copia del "Bravo Figlio" tra le mani mi ha stappato subito dello champagne accompagnato da cioccolatini, e mi ha tenuto la mano stretta parlandoni di Ginsberg, di Dylan e di Burroughs ("...quanto era cattivo...).
Dice che già tre anni fa aveva paura di dormine, e infatti non voleva che la lasciassimo sola nemmeno all'una di notte ("...appena tocco il letto piango...").
Dice che Michele le ha raccontato della mia "citazione" nel libro, come la "donna di Hemingway", e che lei c'è rimasta un po' male.
Dice che qualche settimana dopo, senza dire nulla, ha scritto un lungissimo e bellissimo articolo sul Corriere, che non so ancora se meritare.
Dice che ora ride, e sta bene.
Grazie Nanda.

23.7.09

Dice che i Jane’s Addiction...
















Dice che i Jane’s Addiction sono stati la più importante band americana degli anni ’90, capace di affondare le mani nella tradizione del rock del passato per traghettarlo direttamente nel futuro, prima di dissolversi completamente.
Dice che la band, nata a Los Angeles nel 1985 dalla mente “malata” del genio Perry Farrell e dell’inquieto bassista Eric Avery, insieme al batterista Stephen Perkins e al chitarrista Dave Navarro, è riuscita a mescolare il rock dei Led Zeppelin e la psichedelia, il gothic rock e il funk e il metal e la new wave, in una miscela unica, riuscendo a “sdoganare” l’alternative rock facendolo diventare “mainstream”.
Dice che fin dal nome i quattro hanno attirato le attenzioni di media e fan: Jane la “tossica” compagna di appartamento di Farrell, al secolo Jane Bainter, musa ispiratrice e icona della band, i trasgressivi show e le storie di sesso&droga del leader, le copertine dei dischi censurate (sempre pitture e sculture del cantante).
Dice che, all’apice del successo, i Jane’s Addiction si sono sciolti, prendendo strade diverse: Farrell e Perkins hanno fondato, con discreto successo, i Porno for Pyros, Navarro ha inciso dischi solisti, ha partecipato a un disco dei Red Hot Chili Peppers e ha avuto svariate lovestory con pornostar e conigliette, e Avery è scomparso per un po’ dalle scene.
Dice che il bassista, secondo molti la vera anima del sound tribale e suadente dei Jane’s Addiction, negli anni ha formato prima con Navarro i Deconstruction e, successivamente, i Polar Bear, e solo da poco ha esordito con un interessante album a suo nome, “Help Wanted”.
Dice che dopo la sua lite con Perry Farrell è stato sostituito proprio da Flea, dei RHCP, e che, curiosamente, l’altro RHCP John Frusciante ha citato come fondamentale il suo “spacious and heavily melodic playing” durante l’incisione dell’album “Stadium Arcadium”.
Dice che Avery, che si racconta in modo molto profondo nel suo blog, ha declinato offerte da parte di gente come Metallica, Smashing Pumpkins e Tool, e ha rifiutato per anni le varie reunion dei Jane’s Addicion, fino al 2008, anno in cui i quattro cavalieri dell’apocalisse psichedelica si sono rimessi insieme: ne è nato un lungo tour e l’uscita del ghiottissimo quadruplo cofanetto "A Cabinet of Curiosities", contenente demo, live, non-album tracks, e remix.
Dice che per la modica cifra di $74.98 è possibile acquistare una versione limitata del box in legno, e che la band è al momento al lavoro con Trent Reznor per il “NIN/JA” (Nine Inch Nails/Jane's Addiction) Amphitheater tour e per la registrazione di nuovo materiale.

http://www.janesaddiction.com/

http://ericavery.blogspot.com/

7.7.09

Dice che Damon Lindelof, Carlton Cuse e Jack Bender...























Dice che Damon Lindelof, Carlton Cuse e Jack Bender, sceneggiatori, produttori e regista di LOST, sono in “vacanza” nel vecchio continente prima di cominciare le riprese, ad agosto, della sesta e ultima serie del pluripremiato e stupefacente “telefilm” sui sopravvissuti al volvo Ocean 815 caduto su un’isola “misteriosa”.
Dice che venerdì scorso, 3 luglio, mi trovavo alla sede dei BAFTA (British Academy of Film & Television Arts), al 195 di Piccadilly, London, e me li sono visti comparire al bar poco prima di un incontro Q&A a inviti (ho supplicato in ginocchio la mia amica C. perché me ne procurasse uno…).
La serata, interessante e divertente, ha toccato vari temi, ma nessun mistero è stato svelato, come c’era da aspettarsi. Tra le domande del folto pubblico di “lost addicted”, solo una biondina è sembrata metterli in imbarazzo: in un video su internet è sicura di aver visto la foto di Claire appesa sulla parete tra i “morti”. E dice che tutti e tre gli ospiti hanno avuto lunghi secondi di imbarazzato silenzio, per poi balbettare che forse no, che forse sì, che sei sicura?, che non è tra i morti ma tra i non-vivi. Insomma, dice che forse è questo l’unico spoiler dell’incontro.
Dice che alla fine, ordinatamente in fila da bravi inglesi, abbiamo aspettato il nostro turno per foto e autografi. E dice che tutti e tre i gentlemen, che nei prossimi giorni saranno in “vacanza” anche al festival della Fiction di Roma, sono stati cordialissimi e amichevoli.
E dice che, mia dannazione personale, Damon Lindelof, brillantissimo sceneggiatore e produttore, è nato il 24 Aprile 1973, tre mesi e tre giorni dopo di me…

26.6.09

Dice che le ceneri di Pirandello...
























Dice che le ceneri di Pirandello, dopo il primo di tre funerali e mezzo celebrati in onore del premio Nobel per la letteratura, sono state raccolte in una urna funeraria greca del 5° secolo. Dice che dopo la cerimonia, solennissima, l’urna avrebbe dovuto essere portata in Sicilia, prima a bordo di un volo dell’aeronautica militare, poi in treno, ma entrambi i viaggi sono stati interrotti in circostanze mai chiarite e surreali e, dunque, pirandelliane.
Dice che a un certo punto, e grazie all’interesse dell’allora capo del Governo Alcide de Gasperi, le ceneri sono arrivate ad Agrigento, e il professor Giovanni Zirretta, direttore del Museo Civico, le ha dovute travasare dall’urna greca a una moderna, più piccola, trovandosi nell’incresciosa circostanza di veder “avanzare” un etto, un etto e mezzo di Luigi Pirandello. Che fare? Dice che il professore, seguendo le volontà del morto, fino ad allora disattese, ha deciso di “buttare” quei cento grammi di premio Nobel nel terreno del Kaos, il giardino dove sorge la casa del grande scrittore.
Dice che questa è la storia, assurda ma vera, raccontata dallo scrittore palermitano Roberto Alajmo ne “Le ceneri di Pirandello” (Drago Editore), un bellissimo librino illustrato dal grandissimo pittore Mimmo Paladino.
Dice che Alajmo, da sempre interessato alla morte, e soprattutto al dopo-morte (“…per quanto mi riguarda, l’anima non m’interessa così tanto, è libera di fare quello che vuole. È il corpo che mi preoccupa…”), ha raccolto molte storie sul tema del trapasso di uomini illustri, da Dante a Moliere, da Goya a Evita Peron, ma che per evidenti motivi “iettatori” non sono ancora stati purtroppo pubblicati.
Dice che un bell’assaggio della storia è raccontata nel format “Parole a Sud” di Bookweb.tv curato da Daniela Gambino e Paolo Maselli, su:
http://www.booksweb.tv/content/show/ContentId/1604

Dice che Roberto Alajmo, mio carissimo amico, è persona squisita e scrittore sopraffino e, soprattutto, invidiatissimo dal sottoscritto.

http://www.dragoedizioni.it

http://www.robertoalajmo.it/

http://www.danielagambino.splinder.com/

22.5.09

Dice che Jacob...



















Dice che Jacob, l’ambiguo e misterioso personaggio di LOST, è stato finalmente svelato e, come qualcuno aveva scoperto prima della sua apparizione, è interpretato dall’attore americano Mark Pellegrino: vero capo degli “Others”, dava ordini solo a Benjamin Linus, che era l’unico a conoscere il luogo dove viveva (una capanna semiabbandonata in mezzo alla giungla e circondata da una misteriosa polvere nera).
Dice che di Jacob, in verità, non si sa ancora nulla: “grande capo dell’isola”, colui che vive in quel luogo sperduto e misterioso da anni e anni (millenni forse), conosce dell’isola misteri e segreti, ma non vive lì da solo. All’inizio dell’ultima bellissima puntata della quinta serie di LOST, dopo aver fatto la sua comparsa, accanto a lui si è palesato un altro uomo, quasi della stessa età, ma vestito di nero, restio ad accettare il cibo che Jacob gli ha offerto, e che gli ha detto di volerlo uccidere.
Dice che attorno a questo personaggio (e al suo “doppio”) sono fioccate le ipotesi più svariate: la più “accreditata” però sembrerebbe essere quella della citazione biblica: Jacobbe e il fratello gemello Esau erano i figli di Isacco, e a sua volta Jacob ebbe dodici figli, tra cui Ben (che vuol dire “Il più amato”) che è poi lo stesso nome del personaggio Ben/Benjamin Linus, il diabolico capo degli “Others” che per più di trent’anni ha preso ordini da Jacob pur non avendolo mai visto in volto.
Dice che Jacob fu il patriarca delle celebri dodici tribù di Israele, le persone speciali scelte da Dio, e che uno dei suoi figli si chiamava Giuda, dalla cui tribù discende Gesù.
Dice che sempre il personaggio biblico Ben e i suoi fratelli avevano buttano in una fossa profonda il fratello Giuseppe per gelosia, perchè Jacob lo preferiva, cosa che, in modo praticamente identico, si è vista in una puntata di LOST con Ben che spara e fa cadere in una fossa John Locke per gelosia, perché questi ha parlato con Jacob.
Dice che il secondo misterioso personaggio apparso accanto a Jacob potrebbe rappresentare proprio Esau, il male, mentre Jacob potrebbe essere il bene (il primo, moro, vestito di nero, l’altro, biondo, vestito di bianco), come starebbe a dimostrare la sua capacità di “salvare” i personaggi di LOST “persi nel mezzo del cammino delle loro vite”, e la sua fede nel progresso e nella bontà dell’uomo.
Dice che alla fine della puntata, prima dell’esplosione della bomba H che dovrebbe riportare i nostri Losties alle loro “vite precedenti”, Jacob viene ucciso da Ben, geloso del suo rapporto con John Locke, di cui però qualche minuto prima scopriamo il cadavere: “quel” John Locke NON è veramente lui, e dice che potrebbe essere “l’uomo in nero”, il male, che sotto forma del Fumo Nero, si è impossessato del corpo di Locke per poter finalmente uccidere n fratello.
Ma dice che nessuno ne è sicuro. Ciò che è certo è che nella prossima serie, l’ultima purtroppo, il sacrificio di Jacob porterà a qualcosa di più superiore dello stesso Jacob. Ma per scoprirlo dobbiamo aspettare gennaio 2010.
Dice che Jacob è il secondo nome del “diabolico” JJ Abrams, il geniale autore di LOST, e che l’attore Mark Pellegrino, tra le altre apparizioni, aveva interpretato il ruolo del fidanzato di Rita nella straordinaria serie “DEXTER”, fatto uscire di scena dal protagonista serial killer di serial killer per gelosia.
E dice che prima ancora Pellegrino era apparso in “Mullholland Drive”, il film di David Lynch curiosamente prodotto sempre dalla ABC (che gli aveva commissionato una serie ma che l’aveva sospeso per via delle troppe scene di sesso e di sigarette fumate, e che poi Lynch ha trasformato in un meraviglioso incubo visivo per il cinema), dove recitava anche l’attore Patrick Fischler, che in LOST ha una piccola odiosa parte. Coincidenze?

20.5.09

Dice che Bob Dylan...




















Dice che Bob Dylan, nel grave incidente motociclistico del 29 luglio 1966, era alla guida di una Triumph Bonneville, e dice che è stato lontano dalla musica per più di un anno dando origine a svariate leggende metropolitane. Dice che nella caduta aveva riportato la frattura di una vertebra cervicale, più escoriazioni varie, e che era stato ricoverato in un ospedale per vari mesi.
Ma dice che Dylan, reduce dalla criticatissima apparizione al festival “Newport ‘65”, aveva diviso i fans anche sull’accaduto: c’era chi lo riteneva paralizzato, completamente ingessato, addirittura morto.
Dice che qualcuno aveva anche ipotizzato che non ci fosse stato alcun incidente, e che il menestrello di Duluth fosse in clinica a disintossicarsi dall’eroina e che, addirittura, proprio durante i giorni di Woodstock (dove Bob fu uno dei grandi assenti), fosse in corso un lavaggio completo del suo sangue in una clinica Svizzera.
Ma dice che Dylan stesso, in un’intervista di qualche tempo dopo, ha dichiarato: «Persi il controllo, sbandai da sinistra a destra. Vidi tutta la mia vita passarmi davanti… il fatto che ne sia uscito fuori ha del miracoloso». E, ancora: «Quando ebbi l'incidente motociclistico... mi rialzai per riprendere i sensi, realizzai che stavo solo lavorando per tutte quelle sanguisughe. Non volevo farlo. In più avevo una famiglia e volevo solo vedere i miei bambini».
Guasto meccanico? Droga? Semplice distrazione? Tentato suicidio? Fuga dal mondo? Nessuno potrà mai dirlo con certezza, sicuramente non il protagonista, anche se il critico Howard Sournes ha scritto nella biografia “Down the Highway: The Life Of Bob Dylan” che sul luogo dell’incidente non era stata chiamata alcuna ambulanza e che Dylan non era stato ricoverato in nessun ospedale, e che l’incidente offrì a Bob l’occasione per scappare dalle pressioni che lo affliggevano.
Dice che in “Chronicles. Vol. 1”, la prima parte della sua autobiografia del 2004, Dylan stesso liquida tutta la faccenda con un paio di righe: «Ho avuto un incidente in motocicletta e sono rimasto ferito, ma sono guarito. La verità è che volevo tirarmi fuori dalla concorrenza».
Dice che, ciò che è certo, quell’episodio ha “segnato” la fine del “primo” Dylan, il cantore della protesta.
Mistero nel mistero, non è mai stato accertato il modello di Triumph Bonneville che guidava: c’è chi dice una Triumph Bonneville 55, chi una Bonneville TT Special 650 cc, chi una Triumph Tiger 500 cc e chi, addirittura la sua ex fidanzata Joan Baez, una Triumph 350.
Dice che, curiosamente, la foto di copertina di “Highway 61 Revisited”, il suo celebre album del 1965, uno dei capisaldi della storia del rock e patrimonio dell’umanità tutta, ritrae Dylan con la t-shirt proprio di Triumph Motorcicles…

23.4.09

Dice che Daniel Faraday...























Dice che Daniel Faraday deve morire. Dice che il bravo attore Jeremy Davies, che in LOST interpreta l’ambiguo scienziato mandato sull’isola insieme a dei misteriosi compagni per salvare i dispersi del volo 815 della Oceanic Airlines, è destinato a uscire di scena in finale di stagione, come già successo al compianto Charlie Pace, con un probabile fiume di lacrime.
Dice che lo scienziato, che nel 1996 lavorava al Queen College di Oxford conducendo esperimenti non autorizzati sui viaggio nel tempo, era stato contattato dal buon Desmond Hume, intrappolato in un viaggio temporale/mentale, chiedendogli aiuto, e dice che Daniel gli aveva spiegato che avrebbe dovuto trovare una “costante” tra le due realtà in grado di trattenerlo nel suo tempo evitando così di morire.
Dice che prima di partire per l’isola Faraday era stato avvicinato dall’inquietante Matthew Abbadon, che l’aveva reclutato insieme a Charlotte Staples Lewis, un’antropologa dal passato oscuro, Miles Straume, uno che “parla coi fantasmi”, Frank Lapidus, il pilota d’aereo che avrebbe dovuto “guidare” il volo 815 poi schiantatosi, e Naomi Dorrit, una mercenaria sexy.
Dice che il personaggio porta il nome del fisico e chimico inglese Michael Faraday, scopritore dell'omonima legge e dell'omonimo effetto, e già in una delle puntate iniziali della Season5 è entrato in contatto con la sua futura madre, Eloise Hawking, in un viaggio nel tempo, prima che lei, ovviamente, lo mettesse al mondo. E dice che gli spoiler che si leggono sulla rete indicano proprio la madre come colei che lo ucciderà: in una delle prossime puntate Faraday tornerà sull’isola con il sottomarino nucleare per cercare di convincere Pierre Chang a evacuare tutta la popolazione, dicendogli la verità sull’isola e su Miles (il figlio che lui nel futuro manderà via dall’isola e che, in questo ennesimo viaggio nel tempo, incontra da adulto senza ovviamente riconoscerlo…). Faraday entrerà anche nel campo degli “Others” per parlare con sua madre, che però lo ucciderà prima che si possano parlare.
Dice che, a sorpresa, il padre di Daniel è il miliardario Charles Widmore che, fino a questo punto, sappiamo con certezza essere il padre di Penelope, la fidanzata di Desmond. Dice che però ancora non si sa chi è la madre di Penelope, anche se su un blog “spoileroso” sono visibili alcune foto molto molto curiose… (http://www.lostdiscovery.com/2009/04/21/episodio-5x14-nuove-immagini-promozionali.htm)

14.4.09

Dice che “Palermo Shooting”...























Dice che “Palermo Shooting”, l’ultimo film di Wim Wenders, è stato massacrato così tanto dalla critica alla sua prima visione al festival di Cannes del 2008 che nelle sale italiane o non è mai arrivato, o se c’è stato, dopo un paio di giorni è stato “smontato”.
Dice che il film, nato dall’iniziativa di un professionista locale che aveva pensato a Wenders per un film sulla città, ha ben poco di “promozionale” su Palermo, ed è l’ennesimo caso di grande film osteggiato dagli italiani perché “parla male dell’Italia”, cosa che è già successa in passato con i lavori di Ciprì&Maresco e con “Gomorra” di Matteo Garrone (praticamente quasi le uniche cose buone del cinema italiano).
Dice che, protagonista del film, è il fotografo Finn che, in crisi esistenziale e dopo uno scampato incidente d’auto in cui vede in faccia la morte, lascia Düsseldorf per andare a Palermo per uno scatto fotografico, ma poi ci resta.
Dice che il film risente in alcuni passaggi del canovaccio di sceneggiatura con cui è stato girato, ma che in molte parti abbaglia per la sua poeticità e per il suo personalissimo sguardo sulle cose e sulla realtà: la percezione esistenziale del fluire del tempo, lo “scatto” definitivo che cattura la realtà, il rapporto con la morte, la morte come nuova vita sono alcuni dei grandi temi trattati dal grande regista tedesco in un film che, sempre di più, assomiglia al suo personalissimo sguardo in soggettiva sul mondo.
Dice che il film, girato e fotografato meravigliosamente in una Palermo sempre più (de)cadente ma sempre affascinante, mescola il Barocco sfolgorante di certi scorci e la “munnìzza” colorata della Viccuria in un continuo rimando sulla morte, adagiandosi su un meraviglioso tappeto sonoro che va dai Grinderman del fido Nick Cave, all’amico Lou Reed (che compare “fantasma” in una scena), dai Calexico, ai Portishead, e, curiosamente, alla bellissima “Quello Che Non Ho” di Fabrizio De André (di cui Wenders dice di essere grande fan).
Dice che il protagonista di questo film ricorda da vicino la protagonista del capolavoro incompiuto “Fine alla fine del mondo”, sempre sfuggente e inafferrabile, e cita “Professione Reporter” e “Blow Up” di Michelangelo Antonioni e “Il Settimo Sigillo” di Ingmar Bergman. Dice che il capolavoro del regista svedese è evocato in una magistrale scena girata all’interno del suggestivo Archivio Storico di Palermo, in un dialogo struggente tra il fotografo e la morte, magistralmente interpretata da un ispiratissimo Dennis Hopper.
Dice che il film è dedicato proprio ai due grandissimi Maestri, morti lo stesso giorno (30 luglio 2007), e che tale atto di amicizia ha fatto inspiegabilmente storcere il naso a molti critici.
Dice che Campino (pseudonimo di Andreas Frege), il protagonista del film, è il cantante del gruppo rock tedesco Die Toten Hosen, ed è in quasi tutte le scene con le cuffie del telefonino-mp3. E dice che in una scena, mentre vaga per la città, incontra una fotografa con un “famoso” taglio di capelli a caschetto, Letizia Battaglia, lo storico “occhio” che ha immortalato quarant’anni di morti di mafia a Palermo.
Dice che il film è importante e bello, e che ai palermitani, ovviamente, non è piaciuto, perché non ci hanno visto nulla di ciò che ci volevano vedere: ma “Palermo Shooting” è lo sguardo più “vero” e lirico per raccontare una città che con la Morte ha a che fare quotidianamente.

“Io ascolto sempre le storie che i posti voglio raccontare, e Palermo mi ha scelto per svelare la sua.” Wim Wenders

http://www.youtube.com/watch?v=eEidp7_VzQ4&eurl=

http://www.flickr.com/photos/s3ra/sets/72157608510827515/

13.4.09

Dice che Samantha Fox...























Dice che Samantha Fox, la celebre cantante e modella britannica, celebre negli anni ’80 per il suo pop sbarazzino e il suo imponente seno, sta per sposarsi. E dice che convoglierà a nozze con la sua manager Myra Stratton.
Dice che Samantha, nata a Londra il 15 aprile del 1966, è apparsa in topless per la prima volta a pagina 3 del Sun nel febbraio del 1983 con il consenso dei genitori, e dopo poco ha iniziato la sua carriera come cantante e modella, assicurando le sue meravigliose soffici minne per 250.000 sterline. Apparsa in molte riviste erotiche, anche se, purtroppo, in rarissimi scatti di nudo integrale, la bionda tutto pepe celebre per il brano “Touch Me (I Want Your Body)”, ha rappresentato per un’intera generazione la prima immagine ancorché confusa del desiderio sessuale.
Parallelamente alla carriera di pin-up, la sua musica ha scalato le classifiche, proponendo sempre brani orecchiabili dai testi ammiccanti e allusivi. Dice che nel 1986 è apparsa in un videogioco di “Samantha Fox Stirp Poker”, ma che il successo planetario del singolo “Touch me” non si è più ripetuto. Poi l’oblio, come altre stelle indimenticate della sua generazione.
Dice che da tempo giravano voci sulla sua incerta sessualità, e che nel febbraio del 2003 la bellissima bionda oggetto del desiderio abbia dichiarato apertamente: “Non posso continuare a dire “forse” o a smentirlo, è ora che la gente sappia dove sta il mio cuore. Si continua a dire che io sia lesbica. Non so cosa sono, ma sono certa di essere innamorata di Myra. La amo completamente e voglio vivere il resto della mia vita con lei”.

http://www.samfox.com/

8.4.09

Dice che “Gran Torino”...























Dice che “Gran Torino” è il titolo del nuovo film di Clint Eastwood, il suo 32esimo da regista, e dice che, curiosamente, a metà film si ride. Poi, come ormai ci ha abituati il vecchio ispettore Callaghan, alla fine ovviamente si piange.
Dice che il film, che racconta l’amicizia tra un vecchio brontolone razzista reduce dalla guerra in Corea e un ragazzino cinese (?) e la sua famiglia è l’ennesima lezione di severo moralismo del vecchio Clint. Dice che il film, che pure ha un inizio un po’ lento, e una recitazione un po’ “stentata” per il protagonista Walt Kowalski, nella sua durezza e semplicità ci costringe, ancora una volta, nel buio della sala, lontani dall’eco di pubblicità e balletti televisivi, alla riflessione. Dice che il pensiero di Eastwood nel tempo non cambia (semmai migliora), e alla fine i cattivi saranno puniti, e i più deboli soccomberanno (a meno che, come in questa storia, un cattivo che finalmente ha trovato una sua redenzione non si sacrificherà per loro). Dice che, usciti dal cinema, si rinnova la magia di questo energico ottantenne rimasto tra i pochi a fare film “importanti” che vale la pena vedere.
Dice che la “Gran Torino” del titolo è un modello di auto prodotta dalla Ford nel 1972, un autentico gioiello custodito gelosamente in garage da Kowalski, chiamata così in omaggio alla città della Fiat, la “piccola Detroit”, ritenuta indiscussa capitale automobilistica europea. E dice che sempre lo stesso modello di auto è la vettura dell’agente Starsky nella serie televisiva Starsky e Hutch

2.4.09

Dice che Eugenio Baroncelli...


















Dice che Eugenio Baroncelli, per gli amici Dedi, ha scritto 267 brevi biografie di personaggi famosi e non, raccolte nel “Libro di candele, 267 vite in due o tre pose”, da poco edito da Sellerio. Dice che lo scrittore, nato a Ravenna nel 1944, in verità è un professore di liceo dalla evidente sterminata cultura e dalla altrettanto evidente ironia. Dice che il libro alterna ritratti di mostri sacri come Leopardi, Celine, Raymond Chandler, Reinaldo Arenas e Sylva Plath a illustri sconosciuti del calibro di Guglielmo Basta, Diego Bacini e Bruno Schulz. Dice che l’autore è discendente di Bernardi Baroncelli, il killer di Giuliano de’ Medici, fratello di Lorenzo il Magnifico, ucciso a Firenze il 12 dicembre 1479, come allude la mezza paginetta biografica che gli dedica.
Dice che il libro è una sapiente opera di fantasia, ora ilare, ora profonda, sempre vagamente geniale, un concentrato di storie e sottostrorie, trame e sottotrame della cultura di tutti i tempi. Geniale “scrittore inutile”, per dirla con Ermanno Cavazzoni, il sapiente ricamo di Baroncelli è un racconto spionistico, voyeuristico, predatorio: un punto di vista “storto” sulla Storia con la s maiuscola, che racconta molto di più di inutili libri di testo e enciclopedie.
Dice il filosofo James Hillman che “le falsificazioni biografiche fanno parte dei fatti narrati tanto quanto i fatti in sé”, e che “tutti noi veniamo inventati via via che viviamo”. Delizioso il ritratto di “Léon Foucault, l’uomo che invecchiò allo specchio”, struggente quello di “Marco Aurelio, l’uomo che voleva essere Dio”, dissacratorio quello di “Julius Fromm, l’uomo che aveva inventato il preservativo”, da pisciarsi dal ridere quello su “Max Brod, lui e l’altro”.
Dice che, curiosamente, tra le pagine viene raccontata anche la vita di “Mario Baroncelli, padre dell’autore”: struggente.

20.3.09

Dice che Amelia Earhart...























Dice che Amelia Earhart è un mistero continuo. Dice che l’aviatrice statunitense è nata ad Atchinson il 24 luglio 1897, ed è scomparsa in un luogo mai identificato nell’Oceano Pacifico il 2 luglio 1937 dopo la lunga traversata in giro per il mondo che, per lei, era la grande sfida con se stessa. Dice che l’allora Presidente Roosevelt ha autorizzato le ricerche, ma né il corpo né l’aereo sono mai stati ritrovati anche dopo la ricerca su una superficie di 250.000 miglia quadrate di oceano. Dice che immediatamente sono fioccate le teorie, dal complotto allo spionaggio, dal rapimento e uccisione dei giapponesi a quello degli extraterrestri.
Dice che il suo nome è comparso spesso in film e telefilm, tra cui, su tutti, Star Trek: non è un caso se di questo mistero se ne parli in uno speciale del National Geographic e in un bella puntata della trasmissione “In search of…”, andata in onda dal 1976 al 1982, e presentata dall’attore Leonard Nimoy, che nel celebre telefilm di fantascienza interpreta il vulcaniano dottor Spock.
Dice che le coincidenze non finiscono qui: nel telefilm LOST (che, per la cronaca, è stato ideato, tra gli altri, dal solito genietto JJ Abrams), un personaggio si chiama proprio Amy (Amelia), e che dà alla luce un bimbo, che diventerà l’ambiguo chirurgo Ethan Rom. Dice che, assoldato dal diabolico Benjamin Linus, Ethan Rom compare fuori dall’isola presso la sede della Mittelos Bioscience (anagramma Mittelos=Lost-Time), multinazionale con compagnia aerea di proprietà: Herarat Aviation, che rimanda chiaramente al nome della pilota scomparsa nell’oceano.
Dice che, dopo aver “abbandonato” la serie, JJ Abrams si è dedicato, tra gli altri progetti, al cinema: il suo nuovo film, in uscita, è curiosamente il nuovo “Star Trek”, in cui il dottor Spock è interpretato dal giovane e promettente attore Zachary Quinto, molto noto per aver interpretato il terribile Sylar nell’altra serie culto “Heroes”.

“In search of…”
http://www.youtube.com/watch?v=UsLDA-ItfHA

NationalGeographic
http://www.youtube.com/watch?v=rUR8r06EtVE

19.3.09

Dice che Bob Dylan...























Dice che Bob Dylan ha cambiato nome un’altra volta. Dice che l’artista nato Robert Allen Zimmerman (a Duluth, il 24 maggio 1941), ha scelto lo pseudonimo Jack Frost per produrre il suo nuovo disco contenente dieci nuove canzoni che, stando alle indiscrezioni, avranno un “approccio romantico”.
Dice che il disco “Together Through Life”, il suo 46° lavoro in studio, uscirà il 24 aprile, ed è stato registrato alla fine dell’anno scorso partendo dall’inedito “Life is hard” scritto per il film del regista francese Oliver Dahan.
Dice che, tra gli altri brani, ci saranno “I feel a change coming on” (che doveva essere l’iniziale titolo dell’album), “Beyond here lies nothin'”, “My wife's hometown”, “Forgetful heart”, “Shake shake mama” e “It's all good”.
Dice che special guest del disco è David Hidalgo dei Los Lobos.
E dice che il menestrello Duluth aveva già in passato usato lo pseudonimo Jack Frost per produrre l’album “Love and Theft”, uscito l’11 settembre 2001.

www.bobdylan.com

17.3.09

Dice che Vanessa Beecroft...


















Dice che Vanessa Beecroft ha colpito ancora, presentando al PAC di Milano la nuova performance VB65, più vecchi lavori fotografici e video installazioni, tutti su tema dell’immigrazione. E dice che l’evento è stato accolto con enorme affluenza di pubblico (diverse centinaia le persone in fila, tra spintoni, transenne e limitazioni).
Dice che l’appuntamento milanese, curato da Giacinto di Petrantonio, avrà una duplice “messa in scena”: ieri la performance VB65, una sorta di “ultima cena” di immigrati in abito elegante, a piedi scalzi, immobili davanti a una tavola imbandita di “pezzi di carne”, e fino al 5 aprile la video exibition dei lavori VB48, VB54, VB61, VB62 realizzati dall’artista italoamericana nelle precedenti performance. Tra questi spiccano per forza e bellezza la performance realizzata lo scorso luglio nella suggestiva chiesa dello Spasimo di Palermo, e il lavoro sull’immigrazione a Lampedusa, che è parte di un progetto più ampio, ancora in progress, su cui l’artista sta lavorando tra Los Angeles e la Sicilia.
Dice che durante la performance di ieri il personale dello spazio espositivo invitava il pubblico a liquidare la “visione” in soli 15 minuti, letteralmente accompagnando all’uscita anche i fan più ostinati, e dice che un messaggio a circuito chiuso ripeteva ostinatamente il divieto assoluto di fotografare le opere, ma che, curiosamente, sull’invito alla performance era scritto: “Durante la performance il pubblico potrà essere rappresentato nelle fotografie o nelle riprese audiovisive che potranno essere distribuite e commercializzate. La presenza di ciascun spettatore è considerata accettazione”.
Dice che Vanessa Beecroft è sempre lei: imprendibile come una chimera, pesante come un macigno, abbagliante come le sue opere, inquietante come l’immobilità dei suoi “attori”.
Dice che, anche questa volta, non sono mancate le critiche all’esterno del PAC di alcuni manifestanti che si aggiravano con un grande cartello “TRUFFASI” in stile di quelli immobiliari, che lei, vb, sfuggente ed eterea, di nero vestita, ha ignorato bellamente per scomparire nella notte milanese.
Dice che nell’ottobre del 2008, a Los Angeles (attuale residenza dell’artista), è andata “in scena” la curiosa performance VBKW, lavoro a quattro mani tra Vanessa Beecroft e il rapper Kanye West.

http://www.vanessabeecroft.com/

11.3.09

Dice che “Dark Was The Night”...

























Dice che “Dark Was The Night” è il nuovo capitolo della serie “Red Hot”, prodotto da Red Hot Organization, che da dieci anni raccoglie fondi per la ricerca contro l’Aids attraverso campagne di sensibilizzazione del mondo della “pop culture”.
Dice che questo meraviglioso doppio cd, che prende il nome da un vecchio blues di Blind Willie Johnson, è stato curato dai due fratelli gemelli Bryce e Aaron Dessner, componenti e fondatori dei The National, la band originaria dell’Ohio ma di stanza a Brooklyn.
Dice che “Dark Was The Night” contiene 31 brani, tutti registrati apposta per l’occasione, dei migliori artisti della scena indipendente internazionale: i gruppi, amici tra di loro, hanno collaborato in modo trasversale dando vita a duetti e interpretazioni da brividi.
Dice che i The Books, insieme a Jose Gonzalez hanno trasformano la storica “Cello Song” di Nick Drake in uno struggente mantra elettronico ipnotico, Antony, con l’aiuto proprio di Bryce Dessner alla chitarra, ha ripreso, come solo lui sa fare, “I Was Young When I Left Home” di Bob Dylan. Dice che, tra le varie tracce spiccano le gemme grezze di Feist, Bon Iver, Grizzly Bear, la bellissima canzone degli stessi The National, una stupenda “Feeling Good” per voce di My Brightest Diamone, Cat Power alle prese con il traditional “Amazing Grace”, Kronos Quartet, Arcade Fire, Dave Sitek dei TV on the Radio con la cover dei Troggs "With a Girl Like You": insomma, uno dei pochi dischi che vale la pena acquistare!
Dice che all’indirizzo http://www.darkwasthenight.com/getthewidget è possibile scaricare gratuitamente un “widget”, un piccolo player personalizzabile da inserire nel proprio sito web/blog con tre delle tanta bellissime canzoni.
E dice che, con grande sorpresa, verrà organizzato il “Dark Was The Night – Live”, alla Radio City Music Hall di New York il prossimo 3 maggio, con la presenza di Dave Sitek, Dirty Projectors, Feist, My Brightest Diamond, The National, Sharon Jones & The Dap Kings e altri che verranno in seguito confermati.


http://www.darkwasthenight.com/

http://www.myspace.com/darkwasthenight



5.3.09

Dice che Mick Harvey...























Dice che Mick Harvey è uscito da gruppo. Membro fondatore prima dei Boys Next Door, dei Birthday Party ('80-'83), di Crime & the City Solution ('85-'91) e soprattutto di Nick Cave & the Bad Seeds ('83-'09), dopo 25 anni di sodalizio con l’amico Nick Cave, l’ha abbandonato per “ragioni personali e professionali”.
Dice che il polistrumentista e produttore australiano, nato Michael John Harvey a Rochester, Victoria, il 29 settembre 1958, ha rilasciato una laconica dichiarazione: “È stata un'esperienza fantastica, e lascio una band in un ottimo stato di salute. Confidando che Nick continui nella sua brillante carriera con l'impeto creativo che da sempre lo contraddistingue, continuerò a lavorare alla ripubblicazione dei vecchi dischi dei Bad Seeds, compatibilmente con gli impegni che mi si presenteranno alla luce degli ultimi sviluppi".
Prezioso collaboratore, tra gli altri, di PJ Harvey e Anita Lane, dice che per il momento si stia prendendo una vacanza al mare prima di imbarcarsi in un’altra avventura musicale con i Triffids, l’altra storica band australiana celebre negli anni ’80, fondata dal compianto David McComb, e per cui a gennaio è stato celebrato il talento compositivo con un concerto pieno di ospiti, con, tra gli altri, lo stesso Mick Harvey, The Church, Brian Jonestown Massacre, The Kill Devil Hills e Youth Group.
Dice che nel 2003 l’altra colonna dei “Semi Cattivi” Blixa Bargeld, il chitarrista e frontman dei berlinesi Einsturzende Neubauten, aveva lasciato la band, e che negli ultimi anni lo stesso Nick Cave si sia dedicato, con una certa discontinuità, a svariati progetti “collaterali”: la sceneggiatura di “Ghosts... of the Civil Dead” (1988), la sceneggiatura e la colonna sonora di “The Proposition” (2005), la struggente colonna sonora di “The Assassination of Jesse James” (2007), e il progetto garage-rock “Grinderman” (insieme agli altri Bad Seeds Warren Ellis, Martyn P. Casey e Jim Sclavunos).
Dice che proprio Martyn P. Casey, il bassista australiano che ha diviso lo stesso strumento con Harvey nei Bad Seeds, ha militato negli anni ’80 nei Triffids. E dice che Mick Harvey ha scritto, prodotto e suonato svariati album solisti, tra cui i due impedibili volumi di cover di Serge Gainsbourg, “Intoxicated Man” ('95) e “Pink Elephants” ('97).

http://www.myspace.com/mickharvey